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Il Circolo PD Sanità- Sociale di Terni esprime ancora una volta  la convinzione che, nell’ambito del riassetto istituzionale, la presenza di due Aziende Ospedalo – Universitarie rappresenti non solo una scelta obbligata per radicare la presenza universitaria e la ricerca a Terni e per garantire la indispensabile autonomia gestionale dell’Azienda ad alta specialità del nostro territorio, ma anche una scelta strategica per tutto il Servizio Sanitario Umbro che continuerebbe a giovarsi di un altro Polo di attrazione nei confronti delle realtà regionali limitrofe (e non solo).

Si tratta di una convinzione fortemente motivata che gli  operatori del settore sostengono  da tempo  con determinazione  e che trova ormai amplissimi riscontri nella comunità ternana.

Chi  si attarda ancora, senza minimamente confrontarsi con gli operatori  e con  la  comunità del proprio  territorio di  riferimento, su ipotesi sbagliate di non autonomia della governance dell’Azienda Ospedaliera ternana, magari associate ad un’ unica ASL ben difficilmente governabile (come l’esperienza delle Marche ha insegnato) dimostra di non avere il polso della realtà socio-sanitaria  ternana e rischia di assumersi  la grave responsabilità di fare da sponda a posizioni accentratrici che, oltre ad emarginare il nostro  territorio peggiorerebbe l’efficienza di tutto il Servizio Socio Sanitario.

Devono essere invece proprio quelli dell’efficienza, insieme a quelli dell’appropriatezza, dell’efficacia e dell’equità, i criteri cui ispirare il riassetto del Servizio Sanitario Umbro e che daranno ai necessari sacrifici imposti dalla situazione economica del paese il senso di un rilancio della sanità e non di un suo impoverimento.

Alla luce di questi criteri saranno determinanti integrazioni e collaborazioni funzionali tra le due Aziende Ospedaliere, così come una rivisitazione del ruolo degli Ospedali territoriali, un maggiore coordinamento da parte del Governo regionale, un ruolo più incisivo dei servizi territoriali che parte dalla presa d’atto dello straordinario cambiamento delle patologie degli ultimi decenni al quale si può dare risposte solo con la prevenzione e con prestazioni sempre meno ospedalizzanti e sempre più vicine al domicilio dei pazienti

Tutti temi già ben delineati nel documento di indirizzo della Giunta Regionale che resta per noi una buona base di partenza per il lavoro difficile che ci aspetta.

p. Il Circolo Sanità – Sociale

Saverio Lamanna

Terni, 07.02.2012

Ignazio Marino -La Stampa

Sanità

Caro Direttore,

è giusto che un ospedale al termine di un ricovero dimetta il paziente consegnandogli un documento che riassuma le spese che il Servizio sanitario nazionale ha sostenuto per lui? La Regione Lombardia e la Regione Piemonte hanno deliberato che nei prossimi mesi ogni paziente, al momento di congedarsi dall’ospedale riceverà, oltre alla lettera di dimissioni, il conto: una nota a due voci dove saranno registrate separatamente la somma eventualmente pagata dal paziente e i costi sostenuti dal servizio pubblico. E’ una scelta che non ha mancato di aprire un dibattito, in primo luogo tra i medici. E’ stato osservato che parlare di costi può essere umiliante per il malato e controproducente per il medico che non dovrebbe essere distolto dalla sua missione con questioni finanziarie. Sono osservazioni non prive di fondamento, eppure occorre avere la serietà di ripetere che quando si parla di salute si parla anche di risorse che non sono, neanche in questo campo, infinite. Lo sanno bene i medici di famiglia, da anni invitati a evitare prescrizioni inutili e superflue, ed è bene che ne siano consapevoli anche i cittadini. Se la spesa sanitaria va razionalizzata, allora è saggio coinvolgere e responsabilizzare in questo processo proprio gli utenti del servizio sanitario.
L’obiettivo non è certo quello di convincerli a non curarsi, o a curarsi di meno, ma quello di ragionare tutti, operatori e utenti, in termini di utilità/inutilità di una prestazione o di un servizio. Prima ancora di bilanci o di tetti di spesa, il criterio cui fare riferimento deve essere quello dell’appropriatezza della cura e dunque della necessità di un intervento sanitario. A prescindere dai costi, se una prestazione è necessaria, va garantita. Se non lo è, è saggio, se non doveroso, evitarla anche perché sottrae risorse economiche preziose per interventi irrinunciabili.
Nel nostro Paese si sprecano fiumi di denaro per i cosiddetti ricoveri inappropriati: in altri Paesi il paziente fissa la data dell’operazione con il proprio chirurgo, poi si fa visitare dall’anestesista e dagli altri specialisti e il ricovero avviene solo la mattina del giorno stabilito per l’operazione. Si ha idea di quanto si risparmia? In Italia, solo in Friuli Venezia Giulia il malato è ospedalizzato la notte prima dell’intervento; nel Lazio i giorni in più precedenti l’intervento sono in media tre, nel Sud in generale diventano 4 o 5, al costo di mille euro al giorno. E questo per 400.000 interventi programmati ogni anno. Inoltre, potendo scegliere, qual è il malato che opterebbe per stare in una stanza con quattro o cinque letti quando potrebbe stare a casa sua sino al giorno dell’operazione? E quei soldi così sprecati non saranno disponibili per coprire le spese di un esame diagnostico o per ridurre il ticket su di un farmaco. E’ in questa logica che i cittadini possono essere invitati a partecipare in prima persona ad una riflessione sulla spesa sanitaria. In questo modo potranno avere voce in capitolo ed esprimersi sulle scelte di politica sanitaria delle strutture pubbliche. E’ quanto accade in molti paesi occidentali dove si parla di consumer-driven health care e dove gli utenti dei servizi sanitari possono pronunciarsi attraverso appositi comitati. Potremmo pensare all’istituzione di Comitati consultivi di Controllo, costituiti e gestiti da cittadini appartenenti ad una Asl, che potrebbero esprimersi sulla programmazione sanitaria, suggerire modifiche o miglioramenti nell’individuazione delle priorità nell’uso delle risorse. Sarebbe un significativa passo avanti per una maggiore trasparenza ed efficienza del servizio sanitario. E per una democrazia partecipata.

Ufficialmente si doveva parlare di ospedali psichiatrici giudiziari durante l’incontro di ieri mattina tra il presidente del Consiglio Mario Monti e il presidente della commissione di inchiesta sul servizio sanitario nazionale Ignazio Marino. Così è stato, e probabilmente la chiusura delle strutture avverrà in tempi rapidissimi, ma durante il colloquio si è parlato anche di sprechi sanitari ed è molto probabile che il governo stia preparando una riorganizzazione per arrivare ad un risparmio che preveda maggiore efficienza senza approvare ulteriori tagli.

Di quali sprechi nella Sanità ha parlato con il presidente Monti?   «Sono molte le aree in cui la spesa può essere razionalizzata. Solo nel 2011 in Italia sono stati eseguiti 400 mila interventi chirurgici d’elezione, vale a dire quelli programmabili, non d’urgenza. In genere si viene ricoverati già la notte prima in ospedale. Questo costa allo Stato circa 900 euro a persona, soldi totalmente buttati perché il ricovero è del tutto inutile da un punto di vista sanitario e nessun paziente, se potesse scegliere, chiederebbe di rimanere per un giorno in ospedale anziché a casa propria. Ma quello che più è scandaloso è che la Regione più virtuosa è il Friuli dove in media ci si ricovera circa un giorno prima e che esistano invece Regioni come il Lazio dove la media è di un ricovero 2,8 giorni prima, vale a dire 3 mila euro buttati a paziente. O alcune Regioni del Sud dove il ricovero pre-operazione arriva anche a 6 giorni prima, 6 mila euro a paziente buttati».   In totale quanto si potrebbe risparmiare eliminando i ricoveri prima degli interventi non urgenti?

«Almeno 400 milioni di euro ma in realtà molto di più perché gli interventi inutili sono tantissimi. Prendiamo le colicistectomie, ad esempio. In Italia la degenza media è di quattro giorni. In Paesi come la Gran Bretagna o gli Stati Uniti nemmeno un giorno. Come mai? Sono meno capaci i nostri medici? Ci mancano i tecnici o i professionisti? Non credo proprio. Il nostro è un problema di organizzazione. Questo ci costa altri 400 milioni di euro».   Quali sono gli altri sprechi di cui ha parlato al presidente Monti?

«Gli ospedali al di sotto dei cento posti letto privi di una Guardia con anestesista e rianimatore 24 ore su 24. In tanti muoiono perché vengono trasportati in queste strutture dove non possono ricevere l’assistenza necessaria e devono essere trasferiti altrove, una perdita di tempo che può rivelarsi fatale. In questo caso il risparmio ammonterebbe a molti miliardi di euro. Oppure i parti cesarei, una cifra spropositata e inutilmente onerosa il nostro 37% rispetto al tetto del 13% previsto dall’Oms. E poi lo 0,5% del Fondo Sanitario Nazionale speso in consulenze, altri 500 mila euro di risparmi possibili».

Gli sprechi sono più diffusi nel pubblico o nel privato?   «E’ difficile rispondere a questa domanda. Sprechi ce ne sono sia nel pubblico sia nel privato, basti pensare ai tagli cesarei del privato o alle operazioni inutili del pubblico».   In totale quanto si potrebbe risparmiare con le razionalizzazioni nella Sanità?   «Circa 15 miliardi che potrebbero essere usati per rendere più moderne le strutture, premiare il personale che lavora meglio, acquistare nuove apparecchiature e eliminare il ticket».

Il presidente Monti è d’accordo?

«Non dipende da lui ma dall’intero governo una decisione ma il suo approccio culturale mi è sembrato chiaro: andare verso un migliore e più efficiente utilizzo delle risorse disponibili piuttosto che procedere ad ulteriori tagli in un settore che ne ha già subiti troppi».

Intervista tratta da “La Stampa”

Riunione Circolo Sanità il 22/12/2011, h 21 c/o la sede del PD. Parliamo delle varie posizioni sulla Sanità umbra. E ci facciamo gli auguri…che ne abbiamo tanto bisogno. Saverio

Diritto alla salute per tutte le famiglie L’Italia di domani: una salute di dominio pubblico Pesaro, 3 settembre 2011 – Roberta Agostini apre il dibattito “L’Italia di domani: una salute di dominio pubblico” con i numeri dell’ultima manovra: 8 miliardi di tagli su ticket, blocco delle assunzioni e del turnover, spesa farmaceutica, prestazioni sanitarie, azzeramento dei 10 fondi statali di carattere sociale, 20 miliardi sul sistema assistenziale – assegni d’invalidità, pensioni di reversibilità, assegni d’accompagnamento – che delineano un vero e proprio smantellamento del welfare. Ma il diritto alla sanità è salvaguardia del cittadino e delle famiglie, è motore di sviluppo e crescita che chiede non tagli ma riforme strutturali per le quali il PD si batte, al fianco degli operatori, dei sindacati, delle regioni, per affermare con decisione un sistema universalistico e solidale. Sono passati 30 anni da quando l’istituzione del Servizio sanitario nazionale ha garantito l’accesso dei servizi a tutti, in linea con l’art.32 della Costituzione, – ricorda Margherita Miotto, capogruppo PD Commissione Sanità della Camera. Un diritto messo in pericolo da una manovra che guarda alla Sanità come a un segmento della Pubblica amministrazione su cui operare soltanto tagli, lontano da una politica di investimenti su ricerca e innovazione. Carlo Lusenti, assessore alla Salute dell’ Emilia Romagna, sottolinea che l’Italia spende in sanità meno della media dei paesi OCSE, piazzandosi al secondo posto nella classifica dell’Organizzazione mondiale della Sanità e che la spesa sanitaria è la principale piattaforma per sviluppare competenze, innovazione ed anche ricchezza, producendo una crescita del PIL dello 0,30 per cento. I diritti devono essere esigibili, la responsabilità è di chi governa, delle regioni, che senza finanziamenti non possono che scegliere su cosa tagliare. Secondo Lionello Cosentino, membro della Commissione Igiene e sanità del Senato, non è vero che privatizzare la sanità, come subdolamente pubblicizzato dal Governo porti ad un risparmio. Negli USA, dove prevalgono le assicurazioni private, la spesa copre il 16% del Pil, mentre in Italia si ferma al 7%. Si è parlato anche dello sciopero del 6 settembre con Stefano Cecconi, politiche della Salute e della Contrattazione Sociale della CGIL, contro la manovra regressiva e deprimente che agisce in modo ingiusto colpendo i più deboli, introducendo un ticket di 10€ a ricetta. Per il sindacalista, la risposta è sulla riqualificazione della spesa, che porti ad investire sul territorio producendo ricchezza. La denuncia sul finto federalismo, che non ha premiato le regioni virtuose, come Marche, Umbria, Toscana ed Emilia Romagna, è stata introdotta dall’assessore alla salute della Marche Almerino Mezzolani, dimostrando l’assenza di un interlocutore credibile con la conseguente impossibilità di finalizzare la progettualità d’eccellenza. Conclude Paolo Fontanelli, responsabile Sanità forum Welfare Pd, ricordando che il Pd non si limita a fare battaglie conservative, ma propone la riorganizzazione strutturale della Servizio sanitario pubblico ed il miglioramento dell’appropriatezza delle cure.

Non tagliate la Sanità

Fare cassa tagliando l’assistenza e i servizi sanitari.  Insomma la crisi pagata dai cittadini piu deboli. E’ quanto prevede il disegno di legge “delega al governo per la riforma fiscale e assistenziale” che si somma ad altri interventi come l’azzerramento del fondo per l’edilizia sanitaria che avrebbe dovuto mettere in sicurezza strutture sanitarie con più di 50 anni.

Un disegno, quello dei tagli alla sanità che il pd rifuta come ribadito dalla Consulta  Sanita che si è riunita con obiettivi ben precisi.

La sanità deve restare pubblica. Il Servizio Sanitario Nazionale è una delle ricchezze che caratterizza la nostra democrazia. E’ la risposta che da concretezza al diritto alla salute, sancito dalla Costituzione. E’ fondamentale salvaguardare il carattere universalistico del servizio, finanziato per tutti i servizi essenziali dalla fiscalità generale. La sanità italiana costa meno che negli altri paesi europei, non ha bisogno di tagli; ha bisogno di essere ben governata e ben gestita. In questo contesto può svilupparsi una opportuna collaborazione con il privato e con il terzo settore.

Sanità e Mezzogiorno: la necessità di una svolta
La spesa annua per la migrazione sanitaria è pari a 1 miliardo di euro mentre sono 280 mila i ricoveri di cittadini del sud in strutture del centro-nord, pari al 10 per cento del totale dei ricoveri meridionali. I Piani di rientro del deficit messi in atto negli ultimi anni in alcune regioni non stanno dimostrando i risultati attesi, i commissariamenti sono falliti. Bisogna cambiare rotta e di inserire forme più efficaci di controllo esterno e di affiancamento che si basino sull’esempio delle regioni più virtuose e sulle esperienze positive, che esistono.

Federalismo responsabile e valutazione
Il Federalismo sanitario attuato dal Governo Bossi-Berlusconi ha avuto come risultato quello di congelare la spaccatura già esistente tra il Nord e il Sud. Per dare vita ad un federalismo equo e
responsabile proponiamo: costi standard basati su criteri che non penalizzino le realtà più disagiate; approvazione dei nuovi Livelli Essenziali di Assistenza per rispondere ai nuovi bisogni sanitari; riorganizzazione della medicina di famiglia per rendere più appropriate e rapide le risposte ai pazienti e rendere più efficienti gli ospedali. Per rendere effettivo il Federalismo, è necessario anche un sistema adeguato di valutazione della qualità delle cure e dell’uniformità dell’assistenza, affidato a un organismo indipendente dalla politica.

I partiti politici fuori dalle nomine della sanità
Trasparenza, controlli e verifiche negli appalti, nei contratti, nelle convenzioni con i privati, nelle nomine e nei concorsi. Gli affaristi devono essere tenuti fuori dalla sanità. I partiti devono stare fuori dalle nomine. Servono regole più stringenti per la scelta dei direttori generali delle Asl, curricula verificabili, obiettivi misurabili e sistemi di valutazione durante e al termine dell’incarico.

La sanità è fattore di sviluppo
A fronte di una spesa che corrisponde al 7,2per cento del PIL, la sanità rappresenta il 12,8 per cento dello stesso PIL in termini di ricchezza prodotta. Nella filiera della salute lavorano 1,5 milione di italiani. Per ogni mille euro di produzione, l’industria della salute spende in ricerca più di 30 euro, contro i 6 euro della media dell’industria manifatturiera. Sono indispensabili ingenti investimenti per l’ammodernamento strutturale e tecnologico e per la messa in sicurezza della nostra rete ospedaliera. La sanità può essere uno degli assi portanti per il rilancio degli investimenti ma anche per le nuove professioni legate alla cura della persona

I l ministero della Salute non sarà abolito nel Governo  Monti e, alla sua guida, ci sarà Renato Balduzzi, un tecnico, che ha ricoperto l`incarico di capo dell’ufficio legislativo del ministero della Sanità dal 1997 al 1999, presiedendo anche la Commissione ministeriale per la riforma sanitaria.

Dal 2009 è presidente del nucleo di valutazione dell’azienda ospedaliero-universitaria “Maggiore della Carità” di Novara e, dal 2006, del comitato di indirizzo dell’azienda ospedaliero-universitaria Policlinico Sant’Orsola-Malpighi di Bologna. È presidente, dal febbraio 2007, dell’agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Age.na.s).

Dal 2002 al 2009 è stato presidente nazionale del Movimento ecclesiale di impegno culturale (MEIC, già Movimento Laureati di Azione Cattolica) e attualmente è componente per l’Italia dello European Liaison Committee di Pax Romana-Miic (Mouvement international des intellectuels catholiques) – Icmica (International Catholic Mouvement for Intellectual and Cultural Affairs). È direttore, dal 2003, del bimestrale culturale “Coscienza”. Ha fondato e diretto, dal 1989 al 1992, la rivista culturale “Nuova politeia”.

Dopo aver conseguito nel marzo 1979 la laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli studi di Genova, ha compiuto studi di diritto costituzionale europeo presso la Commissione della Comunità economica europea (1981-1982) e l’Istituto universitario europeo e di diritto costituzionale comparato presso l’Università di Paris X – Nanterre (1985-1986).

Nell’Università del Piemonte Orientale “A. Avogadro” è, dal 2008, coordinatore del Dottorato di ricerca su “Autonomie locali, servizi pubblici e diritti di cittadinanza” e, dal 2007, direttore del Centro di Eccellenza Interfacoltà di servizi per il Management Sanitario.

È stato consigliere giuridico dei Ministri della difesa (1989-1992), della sanità (1996-2000) e delle politiche per la famiglia (2006-2008). Tra le ricerche più recenti, il ruolo di coordinatore nella ricerca “Libro bianco sui principi fondamentali del Servizio sanitario nazionale”, promossa dal ministero della Salute, e quello di responsabile di unità di ricerca nell`ambito del Prin 2002 “La proporzionalità delle strutture istituzionali alla tutela e valorizzazione dei diritti individuali e sociali”.

* da www.ilsole24ore.com

In  periodi,come questo, nei quali occorre affrontare sfide inedite,difendere l’integrità del tessuto sociale messa in discussione dalle decisioni del governo,ed assumere decisioni importanti,dobbiamo fare scelte cruciali basandoci non su discussioni estemporanee e spesso fuorvianti(in queste settimane ognuno si alzava la mattina e dava un’intervista sul riassetto del SSR) ma su ipotesi verificabili e  dati di fatto indiscutibili. Chiediamo la massima attenzione,quindi,nel porre mano ad una revisione degli assetti istituzionali in sanità. Si parla di una riduzione a due delle aziende territoriali. Valutiamo approfonditamente nel merito questa ipotesi, ricordando però che 2 delle 3 regioni con il  migliore rapporto tra risorse e risultati ottenuti(L’Umbria stessa ed il Friuli) sono quelle che si sono organizzate con aziende più decentrate nel territorio(il Friuli,in relazione alla popolazione ne ha più di noi..).Evidentemente i sistemi complessi,e tra questi rientra certamente la sanità,si governano meglio con una forte capacità  di conoscenza del territorio di riferimento,dei suoi problemi,delle sue necessità e, perché no,del suo patrimonio umano e professionale. Siamo certi che le possibili economie di scala che si ottengono con gli accorpamenti bilancino l’efficienza e l’efficacia dimostrate inequivocabilmente da queste due regioni con assetti più decentrati? Discutiamone,ma noi abbiamo la convinzione che,di fronte alle drammatiche contrazioni delle risorse,servano,ancor più che risposte di ingegneria istituzionale,risposte di sostanza e di innovazione e che queste passino attraverso scelte,queste sì,ineludibili. Ne citiamo alcune.
1)    Implementare i servizi territoriali. In un paese invecchiato,tanto più in una regione con il secondo più alto tasso d’invecchiamento,e con moltissime patologie degenerative da affrontare, l’asse dell’assistenza che serve è sempre più spostato sui servizi territoriali:dall’assistenza domiciliare all’integrazione fra medicina generale e continuità assistenziale,dalle strutture intermedie gestite dai MMG alle terapie per il dolore e palliative,dalla prevenzione terziaria per i sempre più numerosi anziani fragili,ai poliambulatori orientati per problemi,dalla gestione razionale con i rao delle liste d’attesa ad una nuova attenzione ai servizi decentrati per le malattie mentali ed a quelli per la prevenzione negli ambienti di vita e di lavoro. Servizi in affanno in una regione che e’stata sempre all’avanguardia su questi temi. La verità è che anche gli ospedali meglio funzionanti non sono in grado di rispondere a queste necessità, ormai debordanti,di salute e di assistenza.
2)    Rivisitare il ruolo degli ospedali e delle aziende ad alta specialità.  Occorre riformulare un ruolo per gli ospedali di presidio,mettendoli in rete tra di loro ed interscambiando  le loro attività con quelle territoriali e con quelle delle 2 aziende ospedaliere. La ricollocazione dei presidi ospedalieri nell’ambito di una funzione,diciamo così,”bifronte” e cioè che si interfaccia con le aziende ad alta specialità da una parte e col territorio di riferimento dall’altra,fornirebbe loro una mission più precisa e più coerente con una stringente programmazione regionale,  Oggi spesso si ha,invece, l’impressione che si comportino da mini aziende e questo è un errore strategico. Devono invece rispondere coerentemente ad un disegno organico del SSR .In quest’ambito ci permettiamo di rivendicare una coerenza nella filiera ospedaliera della nostra zona. C’è un ospedale per l’emergenza(Orvieto)in relazione alla sua collocazione geografica. Ci sarà un ospedale a prevalente vocazione riabilitativa( Narni- Amelia).C’è l’ospedale di Terni che svolge funzioni di alta specialità,didattica e ricerca. Ci pare,invece,che in altri presidi osp. della regione i mattoni delle nuove costruzioni abbiano trascinato con sé tecnologie ridondanti e funzioni estranee ad una coerente programmazione. Se,come ci risulta, circa il 20% del fondo sanitario regionale e’ affidato alle 2 grandi aziende ospedaliere ed il 33% agli altri presìdi, ma sono le prime due che assorbono da sole il 50% dei ricoveri,si pone  un evidente problema di non coerente allocazione di risorse. Per ciò che riguarda le aziende ospedaliere che,partendo da autorevolissime affermazioni,saranno due e con autonomia gestionale e presenza universitaria, esse dovranno istituire alcuni dipartimenti interaziendali per rendere sinergiche le loro attività, mettere a leva le risorse migliori,ed attrarre ancor più utenza extraregionale,e non necessariamente solo dalle zone limitrofe. Solo per fare un esempio:Ciò che per Perugia è l’oncoematologia ed il trapianto di midollo, può diventare l’ambito delle neuroscienze per Terni,mettendo in sintonia la ricerca sulle staminali con il ruolo essenziale che la neurochirurgia si è conquistato. E potremmo fare altri esempi,in diversi ambiti chirurgici e non. I presupposti ci sono, occorre solo crederci. Certo,l’iniziale impegno economico della Regione,anche a vicariare quello del governo inspiegabilmente ancora fermo,è solo un primo passo per rimettere in linea di galleggiamento un ospedale vetusto e con infrastrutture usurate(e quindi con alti costi di manutenzione).Il fatto che in altri ospedali regionali si possa sperare di essere ricoverati in una stanza singola e non in quelle a due letti,mentre a Terni,azienda osp.ad alta specialità,la speranza è di non finire nelle camere a 6 letti,deve essere considerato un problema di tutti.Non è un mistero,infatti, che l’Az. Osp. di terni,nonostante tutto questo,contribuisce con la percentuale maggiore al mantenimento del saldo positivo dell’Umbria per quel che riguarda la mobilità extraregionale. Ad ulteriore conferma del fatto che,anche in sanità,Terni e l’Umbria sono legate allo stesso destino.
3)    Creare finalmente reti cliniche (interessando sia le aziende ospedalo-universitarie, sia le az. territoriali)che evitino duplicazioni inutili o scimmiottamenti dannosi,e valorizzando le miglior energie del SSR e dell’Università. Questo si può fare da subito,rilanciando i temi di un autentico governo clinico,sulla base di un coinvolgimento molto maggiore dei professionisti nei processi decisionali e di una valorizzazione del personale sanitario legato a stringenti criteri di qualità. E con la creazione di equipe itineranti che rappresentino una delle tante maglie della rete suddetta. Il tutto alimentato da condivisi percorsi diagnostico-terapeutici orientati per problemi(come si fa per il diabete e per le patologie tiroidee,queste ultime con integrazione asl 4- AO ,a Terni) e con il ricorso sempre più ampio a percorsi assistenziali diversificati(meno day h che rispondono ancora a logiche di reparto ben poco funzionali, più day service ed attività ambulatoriale integrata).
4)    Ripensare la struttura del finanziamento regionale,perché esso determina ancora condizioni di non collaborazione,ma anzi di concorrenza tra le aziende. Premiare quindi le integrazioni,riesaminare i finanziamenti a mandato, e rivedere anche i meccanismi del global budget che ci pare scontino automatismi fermi a molti anni fa. Noi siamo convinti che una serena rivalutazione di questi aspetti permetterebbe di far funzionare meglio il SSR e di guardare al territorio ternano ed alla sue aziende, pur nella doverosa assunzione di responsabilità,sotto una luce diversa da quella che alcuni stereotipi gettano su di noi.
5)    Concludere un accordo Regione-Università con un protocollo d’intesa che metta in sinergia il meglio delle due istituzioni. Nella preintesa vi sono dei punti positivi, ma occorre puntualizzare meglio alcuni elementi essenziali   quali il coinvolgimento del personale dipendente del SSR nella didattica e la piena responsabilizzazione dell’università di medicina nel raggiungimento degli obiettivi strategici del SSR,che è ben più della questione della timbratura dei cartellini. Un protocollo d’intesa,quindi,che faccia perno sul patrimonio di conoscenza dell’Università da una parte e sull’innovazione dei servizi territoriali e sulle due aziende ospedaliere autonome e bene integrate tra loro e con l’Università stessa dall’altra parte.
Il piccolo spazio di un lettera aperta non permette,ovviamente, di approfondire e di entrare nel merito anche di altre questioni importanti. Ma il catalogo essenziale delle questioni inerenti un cambio di passo ci sembra questo.
E’ necessario comunque, pur in tempi stringenti, un grande coinvolgimento delle articolazioni della società, delle istituzioni, delle forze politiche affinché le grandi scelte possano essere fatte sulla base di attente considerazioni su efficacia,produttività,appropriatezza,sostenibilità. Dal canto nostro riteniamo di poter fare(ed abbiamo cominciato)proposte che vadano a vantaggio di tutto il sistema Umbria,al di fuori di ottiche campanilistiche che tutti abbiamo il dovere di mettere da parte. Chiediamo solo ascolto,pari dignità,condivisione nelle scelte. Non la luna.

Per il circolo PD sanità-sociale di Terni
Il segretario
Saverio Lamanna

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